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Il Fosso Bianco

Titolo: Il Fosso Bianco

Autore: Massimo Bertarelli
Editore: Nulla Die

Genere: Romanzo
Pagine: 139
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-97364-12-2

 

TRAMA

I protagonisti di questo romanzo, Mino e Uomo, sono distanti tra loro nello spazio ma soprattutto nel tempo: Mino è un uomo moderno, mentre Uomo è un uomo preistorico. Entrambi intraprendono un viaggio, spinti da pulsioni differenti: per Mino si tratta di una fuga dal dolore fisico e psicologico, mentre Uomo è governato da un indomita sete di avventure. Giungeranno in un luogo inaspettato, un luogo fisico e mentale, simbolo della libertà e della liberazione: il Fosso Bianco. Uomo potrà goderne incondizionatamente, scoprendo la spiritualità e anche la più dura delle lezioni: la linea sottile che separa il cacciatore dall’assassino. Mino troverà il Fosso Bianco senza poterlo vedere realmente, una promessa di quiete e felicità che gli viene negata dalla sorte.

Un’imponente massa bianca calcarea dell’Amiata è destinata a macchiarsi di rosso, ripetutamente, a simboleggiare lo scontro perenne tra l’essere umano e la natura.

 

PERSONAGGI

La psicologia dei personaggi è ben lavorata, viene dato ampio respiro a quelle che sono le emozioni in tutte le loro espressioni: rabbia, dolore, amore, esaltazione. Pregevole è la capacità dell’autore di rendere vivo e pulsante il pensiero di Uomo, dotato di una capacità di interpretazione della realtà ancora ingenua e pura, come la natura che attraversa. Anche Mino conserva uno spazio vergine nella propria mente, spazio che viene messo a dura prova dai  giochi del destino.

Personaggi ausiliari sono Lisa (moglie di Mino), Matteo il tossicodipendente, i suoceri di Mino e i compagni cacciatori di Uomo. Si tratta personaggi costruiti ad hoc per puntellare la trama, i quali si limitano ad assolvere la loro funzione di catalizzatori e attivatori di eventi, privi di uno spessore psicologico strutturato.

 

STILE E FORMA

La notevole capacità affabulatoria dell’autore tiene viva l’attenzione e il desiderio di proseguire nella lettura. Lo stile è semplice, lineare, privo di fronzoli inutili e totalmente diretto verso l’obiettivo. L’ambientazione è ben strutturata, accompagna il lettore in un viaggio fisico attraverso le terre della Val D’Orcia, oltre che in un viaggio mentale, attraverso il mondo interiore dei protagonisti.

 

GIUDIZIO

Nel leggere il Fosso Bianco, partivo svantaggiata: essendo nativa del luogo, l’immagine di copertina mi richiamava alla mente una bellezza naturale conosciuta, spesso sfruttata a livello pubblicitario. Difficile sostituire quell’icona con un soggetto narrativo, per lo più protagonista. Eppure l’autore è riuscito nel non facile intento di produrre meraviglia e stupore per ciò che mi era noto.  Mano a mano che mi addentravo nella trama, ho avuto modo di osservare le mie stesse terre attraverso gli occhi di chi le vedeva, annusava e odorava per la prima volta. Il risultato è stato quello di meravigliarmi ed emozionarmi di fronte al Fosso letterario al punto di sentire l’esigenza di tornare a visitarlo lì dove si trova, alle pendici del Monte Amiata.

Consigliato per tutti coloro che si emozionano ascoltando una canzone e guardando le bellezze della natura.

 
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Pubblicato da su gennaio 15, 2012 in Recensioni

 

I fiori blu

Titolo: I fiori blu

Autore: Raymond Queneau

Editore: Einaudi

Genere: Romanzo Mainstream
Pagine: 262
Prezzo: € 11,00
ISBN: 978-88-06-17516-0

 

TRAMA

Nel romanzo si intrecciano le storie e i sogni di due protagonisti: il Duca d’Auge e Cidrolin. Al risveglio dell’uno inizia il racconto della vita dell’altro e viceversa, generando nel lettore la convinzione che si tratti della stessa persona.  Tuttavia, non potrebbe trattarsi di personaggi più differenti. Mentre Cidrolin vive la propria esistenza tra una siesta e l’altra, barcamenandosi tra avvenimenti ordinari ( il matrimonio di una figlia, un pranzo al ristorante, la ricerca di una compagnia che si occupi di lui), il Duca vive attraverso i secoli passando dalle crociate alla rivoluzione francese con nonchalance, accompagnato da due cavalli parlanti. Ad accomunarli è solamente un amore viscerale per l’essenza di finocchio e per la buona tavola, aspettativa spesso disattesa a causa degli eventi.

Quando, al termine del romanzo, i due protagonisti si incontrano, il lettore è costretto a ristrutturare la propria visione degli avvenimenti, cercando spiegazioni differenti al legame che esiste tra i due.

 

PERSONAGGI

Il Duca e Cidrolin sono personaggi per i quali è difficile provare empatia. Il primo non conosce altra unità di misura che non se stesso: i propri desideri, i propri scatti d’umore e le proprie idee. Pur se condita da una poderosa dose di ironia da parte del narratore, la sua totale mancanza di considerazione per il prossimo come individuo costruisce una barriera invalicabile. Cidrolin, da contraltare, vive la propria esistenza dando sfoggio di un distacco e una passività esasperanti. Si riesce a provare un briciolo di vicinanza in più quando nella sua vita appare Lalice e, soprattutto, quando si scopre il colpevole che gli imbratta quotidianamente la staccionata con scritte ingiuriose.

Gli altri personaggi sono poco meno che abbozzati, esistenti all’unico scopo di esaltare i vizi (molti) e le virtù (poche) dei due protagonisti. Fanno eccezione i due cavalli parlanti che accompagnano il Duca attraverso i secoli: il loro pragmatico sarcasmo è una splendida compagnia dalla prima all’ultima pagina.

STILE E FORMA

I fiori blu è un romanzo di puro stile. Innumerevoli i giochi di parole e le rotture degli schemi convenzionali di scrittura. Queneau riesce a trasformare un passante in una spalla comica d’eccezione e le immondizie del fiume in personaggi pulsanti. Utilizza la logica stringente come un’arma micidiale. L’ironia e la spumeggiante prosa tengono viva l’attenzione, insieme al desiderio di comprendere i contorni del mondo che ha creato.

Il lettore che si approccia alla sua opera comprende immediatamente di trovarsi in un luogo d’eccezione, fuori dal comune non solo per quello che viene narrato ma soprattutto per il modo in cui viene narrato. Il lettore che sia anche scrittore non può fare a meno di sospirare, come un innamorato: “Ah, come vorrei essere capace di scrivere così”.

GIUDIZIO

I fiori blu è una scintilla, una freccia scoccata verso un bersaglio lontano al punto di apparire invisibile. Dopo aver letto il romanzo di Queneau, si ha l’assoluta certezza di non poter più guadare la storia e la vita quotidiana con lo stesso atteggiamento. Le crociate, i dogmi della chiesa, la pietra filosofale, i ristoranti alla moda, gli autobus e i rapporti interpersonali: tutto si accende sotto la luce del disincanto e del ribaltamento di prospettiva. Ecco che l’ambientazione, scarna e vaga, trasforma momenti storici “eccezionali” in giornate ordinarie, e una normale città in un luogo ricco di momenti straordinari.

Consigliato per chi  cerca un classico che sia fuori dagli schemi

Non consigliato per chi si aspetta che, al termine di un romanzo, ogni domanda trovi la sua risposta.

 

 
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Pubblicato da su gennaio 15, 2012 in Recensioni

 

La custode di mia sorella

Titolo: La custode di mia sorella

Autore: Jodi Picoult
Editore: Corbaccio

Genere: Romanzo
Pagine: 428
Prezzo: 18,60€
ISBN: 978-88-6380-033-3

TRAMA

Il libro tratta un argomento difficile, delicato, e attuale: Anna viene concepita in vitro dai genitori, con caratteristiche genetiche che le consentono di aiutare la sorella maggiore malata di leucemia. Per anni la giovane viene sottoposta a invasivi trattamenti medici, finché i genitori decidono che donerà un rene a sua sorella. Stanca di non essere interpellata, Anna decide di rivolgersi a un avvocato e fare causa ai suoi genitori per riprendere i diritti sul proprio corpo.

La storia, molto toccante, è concentrata sullo stretto legame tra due sorelle, il filo delicato che lega scienza ed etica. Una madre pronta a tutto pur di salvare la propria figlia, senza compromessi; il precario equilibrio di una famiglia, che rischia di crollare di fronte a ogni presunta decisione da prendere. La voglia di una ragazzina di poter decidere del suo corpo, di avere una propria vita, e non di viverne una in funzione della sorella. Il finale imprevedibile e sconvolgente lascia il lettore senza fiato fino alle pagine conclusive del libro.

PERSONAGGI

Protagonista del racconto è l’intera famiglia  Fitzgerald: le due sorelle Anna e Kate, il fratello Jesse e i genitori Sara e Brian; accanto a loro l’avvocato Campbell, e il tutore legale Julia Romano. Ognuno di essi, a turno, prende la parola, permettendo al lettore di capirne le caratteristiche, i sentimenti, le personalità e contemporaneamente di seguire gli accadimenti della storia.

STILE

Il  testo è appassionante, scritto con uno stile scorrevole, nel quale si utilizza un linguaggio semplice, alternato a uno strettamente medico-scientifico.  I capitoli sono molto brevi, e questo permette al lettore di seguire la storia con facilità  nonostante si tratti di un testo corale. Ogni capitolo è scritto in prima persona e narrato dai singoli personaggi, i quali a turno raccontano la propri storia. Il lettore deve quindi prestare attenzione all’intreccio, di volta in volta viene presentato da diverse angolazioni.

 

GIUDIZIO

Il romanzo è molto bello e coinvolgente con un finale imprevedibile, che regala al lettore un contrasto di emozioni che si sovrappongono e si respingono durante la lettura: speranza, coraggio, dolore, voglia di vivere.

Una storia che ci mette di fronte a qualcosa che ci accompagna nel percorso della vita: il pensiero della morte, della malattia. Un concetto che pone all’uomo domande su cui riflettere, ma alle quali non si possono trovare risposte.

Recensito da: Cristina Zampognaro

 
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Pubblicato da su ottobre 4, 2011 in Le recensioni della Cri

 

Finitòria

Recensione “Finitòria”, di Ezio Tarantino

 

Titolo: Finitòria

Autore: Ezio Tarantino
Editore: Nulla Die

Genere: Romanzo
Pagine: 187
Prezzo: € 18,00
ISBN: 978-88-97364-29-0

TRAMA

Finitòria è un romanzo che ruota attorno a un omicidio, ma di certo non è un romanzo giallo. È un viaggio nel pregiudizio e nelle apparenze. Ezio Tarantino prende in prestito i magnifici paesaggi della Sicilia per ambientarvi una storia che parla di convenzioni sociali, di piccole e grandi scelte che segnano per sempre il cammino degli uomini. Senza fronzoli e disincanto, ci mostra due mondi fronteggiarsi e combattersi in una lotta senza esclusione di colpi: mafia e omosessualità. Senza né vinti né vincitori, mietendo vittime da entrambi i lati della barricata, con un’unica certezza: l’impossibilità di coesistere l’uno accanto all’altro.  Fino all’ultima pagina il lettore rimarrà con il dubbio su chi abbia ucciso Nicola Barraco, ma ormai non gli interesserà più. Perché nel frattempo avrà scoperto che una sola parola può cambiare la vita, e la morte, di chiunque.  

PERSONAGGI

Gli avvocati Pietro Cassisa e Salvatore Margiotta sono i protagonisti principali di questo romanzo. Giovane rampante il primo, anziano il secondo, compiono scelte che avvicinano l’uno e allontanano l’altro dal terzo protagonista, il Padrino Ruggero Sanvitale. La psicologia dei due avvocati non è particolarmente approfondita, poiché abbiamo libero accesso alle loro elucubrazioni mentali e alle loro digressioni, ma non alle motivazioni che li spingono. Tuttavia le loro azioni riescono a compensare questo aspetto, secondo il detto che un fatto conta più di mille parole. Per quanto riguarda Sanvitale, invece, il suo mondo mentale ci è precluso. Questo è da ritenersi, tuttavia, un plusvalore del personaggio, poiché egli si muove, parla e agisce come il mafioso presente nella mente di ognuno di noi, senza mai cadere nel cliché. Al contrario: ogni  apparizione di Sanvitale alza la tensione della narrazione, destando l’attenzione del lettore.

Sullo sfondo si muovono interessanti personaggi secondari, tratteggiati ma non approfonditi: la moglie e i figli di Sanvitale, la moglie di Salvatore Margiotta e Teresa, compagna di Cassisa per un breve periodo di vita. A questo personaggio viene dedicato anche un intero capitolo, avvincente anche se apparentemente scollato dalla narrazione principale.

STILE E FORMA

Lo stile di Tarantino è abbastanza aulico e non troppo scorrevole. Inizialmente si fatica a entrare nella musicalità del suo modo di scrivere, ma una volta entrati nel mondo lento e descrittivo dell’autore si arriva a prenderci perfino gusto.

La storia è narrata in terza persona, anche se abbiamo libero accesso solo alla mente di alcuni personaggi. Questa scelta è rischiosa e  spiazza il lettore, poiché in alcuni tratti si ha l’impressione di avere a che fare con una prima persona, per poi virare in maniera troppo repentina nel mondo interiore di un secondo personaggio.

Nel testo sono disseminate numerose d eufoniche.

GIUDIZIO

Finitòria è nel complesso un buon romanzo, ben congegnato e costruito sapientemente, che ripaga il lettore del costo sostenuto per il testo con copertina morbida di un esordiente.

Punto di forza: viene mostrato il retaggio culturale mafioso che persiste nell’immaginario collettivo, senza cadere nello stereotipo ma anzi aggiungendo nuove e moderne chiavi di lettura.

Punto  debole: lo stile dell’autore, il quale insiste molto sulle descrizioni di luoghi mentali oltre che fisici.

Consigliato a chi, come me, apprezza le digressioni sui significati che albergano dietro i singoli gesti.

Recensito da: Greta Cerretti

 
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Pubblicato da su settembre 28, 2011 in Recensioni

 

La crescita letteraria

L’idea di base è che studiando, apprendendo, migliorandoci, possiamo raggiungere dei risultati. Sempre.

Io ho iniziato a scrivere quando ancora frequentavo le scuole elementari. Non c’è stato maestro, insegnante, professore che non mi abbia detto che scrivevo bene. Molto bene. Tutti lì a mettere voti altissimi, lodando le mie capacità.

Eppure, nell’ultimo anno, da quando il sogno di diventare scrittore è uscito prepotentemente dal cassetto, ho scoperto che scrivere bene e fare narrativa sono due cose completamente diverse.

Questo è lo spirito con il quale sto postando, in ordine cronologico, i racconti che ho scritto nell’ultimo anno. Se una crescita c’è, si dovrebbe notare. O no?

 
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Pubblicato da su settembre 15, 2011 in Esternazioni

 

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Il piccolo Kìmiko

E poi fu la volta del Kìmiko. Un racconto controverso, ancora applaudito ma anche contestato. Qui si toccarono antipodi diversi: c’è stato chi citò Woody Allen, chi invece si trincerò nel campo del prevedibile. Tutti, nessuno escluso, convennero che si trattava di un racconto. A voi la parola.

IL PICCOLO KIMIKO

Intorno è tutto buio. Sento odore di ferro, pungente, a tratti nauseante.  In effetti non potrei neanche affermare con certezza che si tratti di ferro: è il primo odore che percepisco, gli ho dato un nome guidato dall’istinto più che dalla ragione.

Questa è la mia nuova casa, la dimora calda e soffice che mi è stata assegnata. Anzi: che mi sono conquistato sul campo. Eravamo tutti in fila, allineati e ordinati come soldatini, pronti al lancio. La catapulta scandiva le espulsioni con assordante fragore, come si trattasse di ordini impartiti da un Generale Supremo. Quando è arrivato il mio momento, ho avuto paura. Molti di quelli che mi avevano preceduto nel lancio non erano giunti a destinazione. Non avevano emesso alcun suono. Persi. Nello spazio e oltre. Per sempre. Altri invece, più fortunati, sono riusciti ad atterrare con un tonfo sordo, come un colpo di pistola sparato con il silenziatore su un cuscino. Niente piume però: solamente schizzi di sangue e scintille. Nessun odore di polvere da sparo. Solo ferro.

“Aggrappatevi!”. La catapulta era stata perentoria nel descrivere come conquistare la salvezza. Solo una presa forte e disperata mi avrebbe permesso di guadagnare il mio posto, al caldo, nella nuova casa. Ma non devo abituarmi troppo ad essa, sono stati chiari su questo punto. Un giorno non molto lontano mi strapperanno via anche da qui, catapultandomi di nuovo in un altro spazio. Sono certo che lo rimpiangerò per il resto dei miei giorni.

Qui dentro posso godere indisturbato della quiete e del buio. E posso procedere con i miei esperimenti. E’ fantastico. Ogni giorno arrivano milioni di nuovi componenti, pezzi da assemblare, dividere, organizzare secondo uno schema ben definito. Si tratta di un lavoro importante e di grande responsabilità. Dalla precisione dei miei incastri dipendono molte vite oltre la mia, lo sento. Un minimo, millimetrico errore potrebbe causare dolori immensi.

Intorno a me non vi è completo silenzio. Percepisco il vibrare di  molte emozioni, mentre un ritmico tamburo non cessa mai di rullare. Mi culla, mi stimola, mi fa arrabbiare, mi tiene compagnia. Le minime variazioni nelle rullate condizionano l’esito di ogni azione che compio.

Proseguendo nell’assemblaggio, tra i molteplici pezzi, ho trovato un altro tamburo. E’ piccolo ma emette il medesimo suono dell’altro. Reagisce alle variazioni del Grande Tamburo, si adatta al suo incedere. Se uno rallenta o accelera, l’altro lo segue.  Mi irrita profondamente. E’ come se fosse privo di vita propria, sprovvisto di una identità personale, incline a lasciarsi condizionare da qualcuno che neanche conosce.

Silenzio. Il Grande Tamburo si blocca un secondo, poi riparte galoppando. Il Piccolo Tamburo lo segue a ruota.

Ci hanno scoperti. Sanno che siamo qui. Il Piccolo Tamburo rotola di gioia, rimbalza e caracolla per attirare l’attenzione. Non ce n’è bisogno, idiota: cercano te, cercano noi. E ci troveranno.

L’odore del ferro si mischia a quello della paura. Il Piccolo Tamburo rallenta il ritmo, si schiaccia contro di me, cercando di nascondersi.  Evidentemente anche lui, come me, deve aver letto il contratto con attenzione prima di firmarlo, accettando di partire.  Ho apposto la mia solo firma dopo aver visionato le clausole, anche quelle in minuscolo: vitto e alloggio a tempo limitato, fino al completo assemblaggio di tutti i componenti. Assicurata protezione durante tutta l’operazione, e Amore.

Ecco, io quest’ultima parte non l’ho capita troppo bene. Da quando sono qui non ho percepito nulla che assomigliasse a questa parola. Ho avvertito dolore, spavento, rabbia. Alcuni giorni è stato come se la casa si rivoltasse sottosopra per scaraventarmi fuori. I tentativi non sono andati a buon fine, ma è snervante lavorare in queste condizioni. Se proseguono nella loro azione di disturbo, sarà difficile portare a termine la missione senza sbagliare neanche una volta. Se si azzardano a lamentarsi sulla qualità del prodotto finito, sono pronto a reclamare per le interruzioni che ho dovuto subire.

Finalmente i pezzi sono terminati: nonostante fossero numericamente superiori a quanto mi immaginavo, non ho avuto problemi a completare l’assemblaggio. Sono molto soddisfatto di come si presenta. Quando uscirò da qui, sono certo che riceverò soltanto consensi. Inserisco il Piccolo Tamburo al centro del prodotto finito, lo osservo mentre rulla lento e cadenzato: a suo modo, mi sta dicendo grazie.

 

La donna siede nervosa, mangiucchiandosi le unghie sulle quali lo smalto si è ormai quasi completamente scheggiato. Gli occhi rivolti alla porta bianca, in attesa del camice, del medico, del responso. Quando l’uomo barbuto esce dalla stanza, con in mano il referto, non riesce a farsi forza sulle gambe. E’ costretta a restare seduta mentre questi le riversa addosso la risposta, che le sfonda il cranio come chicchi di grandine. Sorride del sorriso di chi ignora, presume, si disinteressa. Sorride per convenzione, perché è così che si deve sorridere pronunciando quelle parole,non importa a chi le si rivolge.

“Signora congratulazioni. Lei è incinta”

 
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Pubblicato da su settembre 15, 2011 in Racconti Autoconclusivi

 

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Sequestro di Emozioni

Allora, cari lettori del mio blog, eccoci qui a inaugurare una nuova sezione.Oggi ho avuto la liberatoria ufficiale da parte del mio editore, Salvatore Giordano di Nulla Die, che mi permette, senza scopo di lucro, di pubblicare sul blog i miei racconti.

Inizio con il primo, in senso assoluto. Dopo aver terminato il mio primo romanzo, La Catena, ho incontrato il Writer’s Dream, sito di aspiranti scrittori che mi ha salvata dall’ EAP e mi ha condotta per mani nei tentacolari vicoli che conducono alla pubblicazione. Allora, però, il mio romanzo era ancora in cerca di CE, così sentivo il bisogno di un pubblico vero, che non fossero gli amici e i parenti. Un giudizio esterno su ciò che scrivevo. Ed è nato Sequestro di Emozioni. E’ un racconto andato così bene su WD che lo hanno messo in Fairy Tales, i migliori racconti nel mese di novembre 2010. Inutile dire la gioia che ho provato, un incoraggiamento senza pari a proseguire nella scrittura. Nello stesso periodo, al corso di Scrittura Creativa all’Upter, lo stesso racconto veniva “bollato” dal mio Prof. come “ben scritto, ma non si tratta un racconto”. Gli antipodi dei giudizio. Attendo, con curiosità, il vostro.

SEQUESTRO DI EMOZIONI

Rosaria era sdraiata sul letto con lo sguardo rivolto verso la porta. Sembrava osservare ogni persona che entrava e usciva dalla stanza dell’ospedale, ma in realtà fissava le poche ore restanti della sua vita dispiegarsi di fronte a lei.

Camera 105, letto 14, secondo corridoio a sinistra, reparto medicina generale. Salendo con l’ascensore al terzo piano dell’immenso padiglione del Policlinico Cattolico Universitario, mi domandavo con insistenza per quale ragione un malato terminale di cancro fosse ricoverato al reparto di medicina generale. Consapevole che si trattava di una situazione d’emergenza, un letto tampone rimediato attraverso questue e raccomandazioni, lo trovavo comunque indegno e inopportuno. Tuttavia, mentre le porte di alluminio grigio si aprivano di fronte a me, lasciando intravedere il lungo corridoio di linoleum inondato dalla luce di luglio, una risposta in testa già l’avevo. La medicina generale è un parcheggio simile ad un robivecchi: i medici ammassano nelle stanze del reparto tutto quello che non riescono a classificare, guarire o rimandare a casa. Una mescolanza di età e razze, differenti livelli di dolore e stato sociale uniti da un unico comune denominatore: il pigiama e le ciabatte. All’occorrenza in medicina generale vengono accorpati anche uomini e donne: da una stanza all’altra le infermiere passano dal pappagallo alla padella, mal celando il disagio di occuparsi contemporaneamente di vecchi ottuagenari e giovanette procaci.

L’odore della stanza 105 era denso di umori e dolore. Fortunatamente si trattava di una stanza a due letti: la sofferenza degli astanti avrebbe saturato e avvelenato qualsiasi ambiente. Non a caso l’occupante del letto numero 15 era assente: dopo aver raccolto in una sgualcita busta di plastica portamonete, drenaggio e cellulare, i suoi beni più preziosi, era uscita di scena lasciando campo libero all’attesa dell’inevitabile. Di certo non voleva trovarsi in quella stanza quando l’atto finale si sarebbe consumato, di fronte a decine di occhi lucidi e attoniti.

Rosaria indossava un pigiama color crema con stampe di rosa, senza maniche. La bandana che da mesi le nascondeva goffamente la calvizie scivolava di lato a ogni impercettibile movimento. Come un automa sua figlia la ravviava, cercando di presentare agli occhi di noi visitatori la madre senza sbavature. Inutilmente.

Al mio ingresso rimasi colpita dal colore giallognolo della pelle di Rosaria. Non la vedevo da poco più di due mesi e il suo incarnato era molto peggiorato da quella volta. L’immagine dell’ultima cena trascorsa insieme si sovrapponeva prepotentemente a quella dell’esile corpicino disteso nel letto numero 14. Avevamo cenato insieme nel nostro ristorante preferito, Rosaria, Saverio ed io. Prima della mia vedovanza le sedie occupate erano quattro, ma non v’è stato un solo incontro nel quale la presenza di mio marito non si fosse sentita forte, nonostante il silenzio di quella sedia vuota. Quell’ultima sera di primavera inoltrata Rosaria non voleva saperne di abbandonare il ristorante: il conto era saldato da quasi un’ora, l’aria rinfrescava e Saverio andava ripetendo gli impegni dell’indomani con fare preoccupato.

“Restiamo ancora un altro po’. Stiamo insieme così di rado. Ancora un minuto”

Era quasi supplichevole. Non lasciava la mano di Saverio, e con lievi carezze sul braccio lo invitava a restare seduto, come se quel tavolo rappresentasse la zattera della nostra amicizia. Lasciarlo andare significava avventurarsi nel mare aperto, e accettare il rischio di annegare. Quella sera non temevo di non rivederla: Rosaria aveva sviluppato una sorta di ipocondria e spesso cercavo sdrammatizzare i mille acciacchi dei quali ci rendeva partecipi con dovizia di particolari. E’ vero, ultimamente ogni controllo ne aveva richiesto un altro e un altro ancora, senza che le diagnosi fossero mai incoraggianti. Tuttavia il mio innato ottimismo mi faceva credere che avrebbe superato anche l’ultimo ciclo di chemio e avrei potuto continuare a prenderla in giro come se le sue fossero paure immotivate. Quanto il mio atteggiamento fosse dettato dal suo modo leggero di raccontare le sofferenze o dal mio rifiuto dell’inevitabile, non saprei dirlo. Ma di quella cena ricordo la fame di conversazione che aveva Rosaria. Era come se insieme alle pietanze volesse mangiare il tempo che trascorrevamo insieme, e più quello aumentava più lei ne aveva appetito. Stava facendo indigestione di noi. Se fossi stata meno superficiale, avrei dovuto approfittare anch’io di quel banchetto. Ma l’età e l’esperienza non sempre rendono più saggi. Nel mio caso, rendono più codardi.

L’imperioso sole di luglio, invadente dentro la corsia e nelle stanze, rendeva incongruo l’orario del pasto. In ospedale si cena alle sei.  Sul vassoio di plastica bianca troneggiava l’immancabile pastina che Rosaria non aveva neanche sfiorato. In disparte, su un piattino più piccolo, ancora avvolta per metà dalla carta bianca e rossa, sostava una porzione di crescenza. Saverio amorevolmente stava cercando di imboccare la moglie, la invitava a mangiare. Questa donna era ricoverata con il fegato ostruito: le metastasi avevano invaso e divorato quasi tutto. Se non fossero riusciti a intervenire, liberando le vie biliari, non ci sarebbe stato più nulla da fare. E nessun medico voleva assumersi questa responsabilità. E lui le dava da mangiare del formaggio. Ma dico io: il formaggio a chi ha il fegato intasato? C’è bisogno di un medico per comprendere il paradosso del menu previsto per il letto 14? La verità è che lei si trovava in medicina generale: a nessuno interessa cosa mangiano i pazienti di quel reparto. Sono come passeggeri su un autobus: transitano da una fermata all’altra, nessuno trascorrerà la notte nel deposito. Il rancio è un problema del tutto secondario: mangiare, ringraziare che lo forniscano e via senza arrecare troppo disturbo.

Quello che mi lasciava davvero senza parole era la dolcezza e l’insistenza con la quale Saverio voleva convincere la moglie a mangiare bocconi di quel piccolo veleno. Poco importava quale cibo trasbordasse dal cucchiaio.  Tra poche ore il cuore avrebbe smesso di pompare sangue e ossigeno, tutte le funzioni vitali si sarebbero azzerate. Un pieno di benzina oppure di miele non fa differenza per una macchina diretta allo sfascio. Eppure sembrava che me ne accorgessi solo io. Mi stampai in faccia un sorriso di circostanza e attesi il mio turno per sedermi nell’unica sedia disponibile vicino a Rosaria. Saverio si voltò, la testa incassata nelle spalle. I suoi occhi erano stanchi e cerchiati di nero, ma in essi non brillava un briciolo di consapevolezza. Sembra davvero sconsolato mentre rinunciava a far mangiare a Rosaria l’inutile crescenza, come se riponesse in essa poteri taumaturgici sconosciuti al mondo. Mi rivolse un sorriso a mezza bocca e mi lasciò posto nella sedia accanto alla mia amica.

No grazie, avrei voluto rispondere. Non voglio prendermi nessuno dei minuti che spettano a te per dirle addio. E soprattutto non sono pronta a salutare un altro pezzo del mio mondo che se ne va. Sono venuta fino a qui perché lo dovevo a voi due, alla vostra amicizia, lo dovevo a me stessa e al nostro passato. Ma la Morte continua a mettermi a disagio e non ho desiderio di incontrarla di nuovo.

La sedia vuota mi rispose che non era possibile compiere un atto di codardia. Pronunciò un imperativo al quale non potei sottrarmi.

Mi sedetti sul bordo, in allerta e pronta a scattare, come se in pericolo di vita fossi io. Mi costrinsi a guardare gli occhi di Rosaria da vicino, tentando di non cedere alla nausea causata dall’odore di disinfettante. I suoi occhi erano spalancati, questa volta non avevano fame di conversazione ma di risposte. Tutti intorno recitavano la loro parte. Mettevano in scena il normale orario di visita in un reparto di medicina generale. Impersonavano il parente affrettato, il marito premuroso, la figlia giudiziosa. Nessuno di loro aveva gli occhi lucidi di chi sta per perdere una sorella, una moglie, una madre. La risposta che Rosaria cercava di scovare nei miei occhi era chiara come il sole di luglio che importunava la nostra veglia. Lei voleva sapere se stava morendo oppure no. Il suo corpo non si muoveva più da solo, i suoi capelli erano stati sostituiti da una bandana sudaticcia, le sue labbra erano secche di un’arsura che non si placava. Eppure questi segni non le bastavano, non le erano sufficienti per stringere forte  a se i cari e dire loro addio. Mi guardava, e mi scavava dentro. Sperai di essere brava a fingere. Fu lei a venirmi in soccorso,anticipandomi.

“Come sta la bambina?” riferendosi a mia nipote.

“Bene, grazie. Non l’ho portata sai, con questo caldo”. Come se in condizioni meteorologiche adeguate le gite all’ospedale fossero la passione dei bambini di cinque anni.

“Non fa niente, salutamela”. Parlava come se ci fossimo incontrate per caso al mercato, entrambe cariche di borse e pacchetti al punto di non avere il tempo per scambiare più di una parola prima di sentire le braccia pesanti.

Mi alzai. La mia parte era terminata. Prima di lasciare il posto a qualcun altro, la figlia di Rosaria mi chiese di aiutarla a sistemare la madre sui cuscini. La mia corpulenza fu utile in almeno quella circostanza. Contammo fino a tre, le mani sotto le ascelle prive di muscolatura affondavano nelle carni come fossero burro. In meno di un secondo la bambola di pezza che un tempo era la ciarliera Rosaria  fu di nuovo sistemata a beneficio del prossimo avventore.

Saverio mi indicò il dispenser per il sapone disinfettante appeso alla parete. Come se avessi impellente desiderio di disfarmi dell’ultimo tocco dato alla mia amica. Col cappo feci  cenno di no.

Mi mancherai, Ti voglio bene, Con te se ne va una parte della mia vita. Questo avrei voluto dire a Rosaria. Avrei voluto salutarla, poterle dire addio perché questa è l’unica vera fortuna che offre quel maledetto male chiamato cancro. Senti la signora con la falce arrivare, e in cambio degli immensi dolori che infligge alle  carni ella ti permette di salutare le persone che ami. Loro non me lo hanno permesso, e di Rosaria mi rimase solo l’odore di disinfettante e il movimento fugace di deporla sul materasso con la delicatezza dell’intimità.

Ripercorrendo a ritroso la strada del commiato, dalla stanza 105 al parcheggio della mia auto, ripresi a respirare con regolarità. Almeno, con la frequenza che il caldo infernale concedeva. Non si muore a luglio: il sudore e il sole fanno sì che tu non sia mai vestita in maniera adeguata per una visita all’ospedale o per un funerale. Anche privi di colori sgargianti gli abiti estivi non si addicono a una messa funebre: ricordano il mare, le risate, la vita.

Quando Rosaria è morta, la spostarono in una camera mortuaria aperta per due sole ore prima della chiusura della bara. Il regolamento del Policlinico Cattolico Universitario non prevedeva alcuna veglia nelle ore notturne, nessun andirivieni di persone afflitte per recare fiori, lacrime per la defunta e parole di conforto per i parenti.

Il ricovero in un reparto di transito e la camera ardente sprangata. Dove vanno a finire le emozioni, mascherate prima e negate poi? Della morte di Rosaria rimase solo  un’urna di ceneri che rapidamente vennero sparse nel suo adorato mare. Neanche una lapide davanti alla quale piangerla in solitudine.

Che si sia trattato di una strategia  per gabbare la Morte?

 
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Pubblicato da su settembre 12, 2011 in Racconti Autoconclusivi